“Scolpitelo nel vostro cuore”, la storia di Liliana Segre raccontata ai ragazzi

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SCOLPITELO NEL VOSTRO CUORE

Il 27 gennaio si celebra il “Giorno della Memoria”, dedicato al ricordo delle vittime dell’Olocausto. Una ricorrenza segnata da celebrazioni, iniziative e da una grande copertura mediatica che attirerà probabilmente anche l’attenzione di bambini e ragazzi, con le inevitabili domande a cui rispondere. Ma come spiegare il significato e la gravità di un evento colossale come la Shoah e le persecuzioni contro gli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale? Non c’è un modo facile, però una soluzione può essere affidarsi alle parole più significative, quelle dei sopravvissuti a quel genocidio: le loro storie possono essere molto più efficaci di mille spiegazioni teoriche. Per questo può essere importante, in vista del Giorno della Memoria, leggere “Scolpitelo nel vostro cuore” (Piemme), il libro recentemente pubblicato da Liliana Segre e rivolto proprio ai ragazzi, ai suoi “nipoti ideali”.

Il mio impegno è tramandare la memoria, che in un mondo pieno di ingiustizie è un vaccino contro l’indifferenza

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Il binario 21 della stazione Centrale di Milano, dal quale partivano i deportati

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Da corso Magenta ad Auschwitz

È stato il caso. O forse era il mio destino. Forse dovevo salvarmi per essere qui, dopo così tanti anni, a trasmettere questo monito verso la vita, contro l’odio, contro i razzismi, contro tutto quello che oggi sembra ripresentarsi

“Scolpitelo nel vostro cuore” narra la vicenda della Segre, che la portò dalla sua casa di corso Magenta 55 a Milano fino al campo di concentramento di Auschwitz, dove entrò nel 1944 all’età di 13 anni. E la sua forza sta proprio nella narrazione in prima persona (come testimoniato dal titolo della premessa, “Vi racconto una storia”) che niente nasconde ma non indulge inutilmente nell’orrore, che rischierebbe di distogliere il lettore dal più profondo significato del libro.

È infatti sufficiente la narrazione con uno stile semplice delle diverse fasi della persecuzione attraversate dalla piccola Liliana di allora (dalle leggi razziali alla prigionia in Italia fino alla deportazione ad Auschwitz, alla lotta per la sopravvivenza e al difficile ritorno dal campo di concentramento) per comprendere il meccanismo con il quale gli ebrei venivano puniti “per la colpa di essere nati”.

Una lettura che può rispondere a tanti interrogativi dei ragazzi ed essere per loro uno spunto per approfondire il tema, adatta a chi già frequenta le medie, e anche a lettori ancora più giovani se affiancati da un adulto. Il consiglio è quello di spiegare prima ai ragazzi chi è Liliana Segre e il lavoro di testimonianza che sta portando avanti instancabilmente dal 1990: un’opera per la quale è stata anche nominata senatrice a vita dal Presidente Sergio Mattarella.

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Tutto quello che non sei più

La terribile logica della persecuzione raccontata nel libro sembra passare attraverso alcune sensazioni fondamentali. La prima riguarda i perseguitati, che progressivamente perdono frammenti della loro identità, “smettono” di essere tante cose. “Non eravamo più cittadini”, scrive la Segre ricordando l’arrivo delle leggi razziali del 1938 per le quali fu espulsa dalla sua scuola e che segnarono il primo passo della sua “diversità”. Liliana smise poi di essere solo una figlia per il padre (“non ero più la sua bambina”) e dovette trasformarsi in madre e sorella quando lo consolava senza parlare dopo gli interrogatori che l’uomo subiva nel carcere di San Vittore: un cambio di prospettiva che aiutò Liliana anche a sopportare i momenti in cui il padre le chiedeva scusa per averla messa al mondo (“lo sentivo chiedermi perdono per il suo amore”).

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Liliana Segre e il padre Alberto

Ad Auschwitz, dove Liliana arrivò proprio con papà Alberto, che non sopravvisse, questo processo inarrestabile continua: “Eravamo ormai senza sesso, senza età, non più persone, non più donne”, sottolinea la Segre descrivendo il momento in cui le prigioniere, nude ed ammassate, attendevano la “selezione” con cui periodicamente nel campo si decideva tra la vita e la morte dei prigionieri. L’esperienza di Auschwitz, dove “dovevi cambiare per sopravvivere”, contribuì a fare di Liliana una “bambina vecchia”, che anche dopo essere stata liberata ed essere tornata in Italia, continuò a “non essere” qualcosa: “Liliana non era più la bambina che avevano conosciuto i miei cari. Ero spezzata dentro”.

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Con gli occhi degli altri

Ma qualcosa cambia anche nell’atteggiamento degli altri. Non solo in quello degli indifendibili persecutori diretti, anche in tutti coloro che attorno assistono senza reagire, senza aiutare, senza almeno esprimere solidarietà. É l’indifferenza, che è complice e “a volte, quasi sempre, è più grave della violenza”. Un’indifferenza che fa male e fa sentire la piccola Liliana ancora più sola. Dapprima quella degli amici che smettono di essere amici e si voltano dall’altra parte per non vedere. Poi quella del funzionario svizzero che, più per la legge della forza che per la forza della legge, respinge Liliana e il padre quando cercano di fuggire o della secondina di Varese che sbatte Liliana in cella senza una parola: “Perché sono in prigione?” si chiede la Segre.

Una buia notte della coscienza in cui per fortuna risaltano però anche le poche luci di chi all’indifferenza non si piega: quelle delle famiglie che nascondono gli ebrei a rischio della propria vita, degli altri detenuti di San Vittore che diedero loro cibo, oggetti e coraggio quando gli ebrei furono deportati o quella di un’altra prigioniera che nel campo di Malchow, dove Liliana giunse dopo la “marcia della morte” con cui lasciò Auschwitz, le donò una rondella di carota, un regalo incredibile in quelle condizioni:

Anche adesso, quando mangio le carote non posso fare a meno di ricordare quella donna e il suo gesto, grande, di pietà.

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“Scolpitelo nel vostro cuore”, Piemme, collana Battello a vapore

Parole che ritornano

La testimonianza di questo libro crea un ponte tra passato e presente, che l’autrice sembra voler rendere evidente con la scelta delle parole con cui descrive la sua situazione di bambina perseguitata che cerca di lasciare il suo Paese per rifugiarsi all’estero:

Ho provato sulla mia pelle cosa significa essere una clandestina. E sono stata una richiedente asilo. So cosa significa essere respinta quando pensi di essere salva.

Perché non sappiamo se la Storia si ripete sempre allo stesso modo, ma abbiamo sbagliato abbastanza volte da sapere che quando si comincia a dividere tra “noi” e “loro” nascono sempre frutti avvelenati. Perciò, anche in vista del 27 gennaio, ora più che mai dimenticare è un delitto. E forse ricordare e basta non è più nemmeno sufficiente. Bisogna capire, sentire attraverso le parole di testimoni come Liliana Segre. Per comprendere il passato e contribuire a costruire un futuro migliore.

Articolo di Paolo Scandale per Wannabemum

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