Scuola, una settimana senza smartphone: la libertà è una scoperta

Dieci ragazzi in età da scuola superiore che decidono di rinunciare per una settimana a quello che sembra ormai diventato il loro insostituibile compagno di viaggio di ogni giornata: lo smartphone. Per scoprire (o riscoprire) sensazioni che sembravano ormai perdute e capire di più su loro stessi e il rapporto con la tecnologia e la vita. È questo l’esperimento che a marzo ha coinvolto gli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Morea-Vivarelli di Fabriano (AN), nell’ambito di un progetto coordinato dalla professoressa di religione Maria Cristina Corvo, che ha anche raccontato l’esperienza sul suo blog.

Professoressa Corvo, com’è nata l’idea di questo esperimento?
È stato sviluppato nell’ambito del progetto scolastico “A scuola di libertà” col quale da un paio d’anni con i ragazzi di questo e di un altro istituto indaghiamo su come riscoprire la propria libertà interiore attraverso l’analisi delle dipendenze e incontri in luoghi dove queste sono diventate la negazione di quella libertà. Un progetto che ci ha portato ad esempio in contatto con gli Alcolisti Anonimi o a visitare il carcere femminile di Pesaro, per una ricerca nella quale ci facciamo guidare dalla frase evangelica “La verità vi farà liberi”. Questa volta, con lo smartphone, abbiamo deciso di toccare con mano una dipendenza che può accomunare tanti, per capire quali sensazioni si provano a rinunciare a qualcosa che ormai appare indispensabile.

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I ragazzi sono stati contenti dell’iniziativa?
C’è stata una dinamica interessante. Ovviamente la partecipazione era libera, e quando lo scorso ottobre abbiamo annunciato il progetto ben 30 ragazzi hanno aderito. Con l’avvicinarsi del momento dell’esperimento, però, a gennaio i partecipanti si sono ridotti a 20 e una settimana prima di iniziare a 10 (9 femmine e un maschio, che coprivano le classi dalla prima alla quinta), che sono quelli che si sono effettivamente sottoposti alla prova, portandola tutti a compimento. È come se l’idea di rinunciare allo smartphonme abbia creato più difficoltà della privazione reale.

Quali erano le “regole” del progetto?
L’esperimento si è protratto per una settimana scolastica, da lunedì a sabato. Gli smartphone sono stati conservati nella cassaforte della scuola, ma in ogni momento i ragazzi avrebbero potuto chiedere di riaverli. I partecipanti non potevano usare neppure gli smartphone di altri, mentre era ammesso il telefono fisso. Internet si poteva usare solo per lavori scolastici o per uso privato (come vedere un film o ascoltare musica), ma erano banditi tutti i rapporti sociali “virtuali”. Il rapporto con le persone doveva essere vero, a quattr’occhi.

Come avete monitorato le reazioni degli studenti?
In linea con la filosofia che ispira tutto il progetto, visto che eravamo alla ricerca della massima sincerità dell’esperienza e della “verità che vi farà liberi” occorreva confrontarsi sulle sensazioni che si stavano vivendo. E parlarne, non alla fine quando le emozioni potevano essere ormai sfumate, ma proprio durante i giorni dell’esperimento. Per questo abbiamo creato un’“aula della confessione” dove i partecipanti si riunivano durante la ricreazione per condividere ciò che stavano provando. Dialoghi che abbiamo ripreso per realizzare un video del progetto che sarà proiettato quando il prossimo 2 maggio andremo in visita a San Patrignano.

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Cosa è emerso dalle “confessioni” dei ragazzi?
Credo che il primo giorno sia stato il più complicato per tutti, Si annoiavano e forse per la prima volta si rendevano conto di quanto tempo passavano utilizzando lo smartphone in ogni momento della giornata. Ma poi le cose sono migliorate, hanno tutti reagito positivamente, anche per orgoglio immagino, e nessuno ha chiesto di interrompere l’esperimento.

Superata l’iniziale difficoltà, quali altre dinamiche ci sono state?
A partire dal secondo giorno innanzitutto hanno iniziato a fare più cose, nel tempo che normalmente dedicavano allo smartphone: vedere amici, fare passeggiate, passare più tempo a fare sport. Poi hanno chiesto libri. Modi di utilizzare il tempo che si sono accompagnati a sensazioni particolari, come quella del ragazzo che si è reso conto per la prima volta di come tutti in pullman fossero in silenzio a guardare i propri schermi. “Non potendo parlare con nessuno ho imparato a guardare il cielo”, mi ha detto. Una studentessa invece vedendo una bella cosa istintivamente cercava lo smartphone per fotografarla, ma non trovandolo ha deciso di “fotografarla” con la memoria: non scattare una foto per il futuro, ma godersi la scena nel presente. Un’altra ancora ha dovuto riscoprire abitudini antiche, come segnarsi sull’agenda i numeri più importanti. Diciamo che sono passati dalla noia alla fantasia.

E quando finalmente avete restituito loro gli smartphone?
Grande tranquillità, a parte l’ironia di una ragazza che ha detto “finalmente”. Non c’era ansia di riaccenderlo. Quando l’abbiamo fatto a uno degli studenti sono arrivati più di mille messaggi in 5 minuti: l’aula sembrava impazzita con tutti quei “bip”.

I genitori dei ragazzi hanno appoggiato l’esperimento?
Sì, e per i minorenni hanno anche dovuto dare il loro consenso. Nessuno ha protestato, e un padre in particolare è stato molto contento, ha detto che senza lo smartphone di mezzo riusciva a parlare di più con la figlia.

In questo progetto c’era la volontà di sottolineare la valenza negativa degli smartphone?
Non c’era nessun intento di demonizzarli. Con “A scuola di libertà” stiamo indagando le dipendenze a 360 gradi, abbiamo parlato ad esempio anche di quella dal cibo o di quelle apparentemente più astratte come quella dal potere o dal giudizio degli altri. E lo smartphone è solo una delle possibili dipendenze. Anche perché uno strumento di per sé non può essere né buono né cattivo, è il motivo per cui si fa una cosa a dargli un’eventuale connotazione di valore. Di certo è importante che anche la scuola faccia la sua parte per sensibilizzare a un uso corretto di questi strumenti, valorizzandone al contempo le potenzialità. Io ad esempio durante le mie lezioni li faccio lasciare sulla cattedra, ma in alcune occasioni invece li faccio utilizzare come ausilio didattico, ad esempio sfruttando i materiali disponibili online per individuare tutti i particolari dell’immagine di un’opera d’arte che stiamo commentando. Ho notato poi che in alcune occasioni sono gli stessi genitori a chiamare i ragazzi durante l’orario scolastico: salvo reali emergenze, mi sembrerebbe invece meglio evitare di farlo.

Riproporrà l’esperimento della settimana senza smartphone anche l’anno prossimo?
Quasi sicuramente lo rifarò nell’altro istituto in cui insegno, il Liceo Artistico Edgardo Mannucci di Fabriano, perché sono stati gli stessi studenti a chiedermelo. All’ISS Morea-Vivarelli invece credo di no, preferisco sperimentare approcci nuovi.

Articolo di Paolo Scandale per Wannabemum

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