Come capire se un bimbo sta bene al nido, la mia esperienza

asilo nido

COME CAPIRE SE UN BIMBO STA BENE AL NIDO

Alla fine, fare la mamma è andare avanti – ogni giorno – per prove ed errori; confrontarsi con le proprie convinzioni, i propri istinti e tentare una via per poi eventualmente tornare indietro, cambiare e trovare soluzioni alternative. Il tutto con un unico preciso obiettivo: il benessere del bambino.

È quello che mi è successo durante l’inserimento al nido di mia figlia. Ai suoi sette mesi e mezzo sarei rientrata al lavoro e circa tre settimane prima avevo cominciato il periodo di ambientamento.

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La premessa è che già molto tempo prima avevo fatto il giro dei nidi della zona, valutando i pro e i contro di ognuno. Alla fine, io e mio marito ne avevamo scelto uno meno “scintillante” e più spartano, che però ci sembrava più autentico e genuino rispetto a quelli che ci prospettavano addirittura corsi di pilates per la nostra bambina.

Avevo fatto un giro sui vari gruppi di mamme su Facebook e le opinioni sulla struttura erano contrastanti: alcuni ne parlavano bene, altri male. Avevo deciso però di ascoltare le opinioni positive, anche perché l’asilo era davvero comodo e il costo competitivo. Così mi sono detta: proviamo!

I SEGNALI CHE LE COSE NON ANDAVANO BENE

Già dal primo giorno, però, ho “sentito” che le cose non andavano bene. Le educatrici erano aggressive con i bambini e poco accudenti. Ci sono stati una serie di episodi che mi hanno molto turbata.

Ed è lì che è cominciato tutto: ho pensato di essere io il problema. Di essere una madre troppo apprensiva, troppo poco pronta ad allontanarsi dalla sua bambina.

Così, il giorno dopo ho fatto andare mio marito a vedere. E lui ha detto che sì, vedeva che c’erano delle cose che non andavano, ma che non gli sembravano così gravi.

È passato il tempo, perché mi ero convinta di essere io il problema, e mia figlia ha cominciato a non mangiare più la pappa (l’ha sempre adorata) e a risvegliarsi di nuovo tante volte per notte, come quando era molto più piccola. Ho pensato che fosse l’ansia da abbandono e che, passato qualche giorno, sarebbe tornato tutto a posto.

Ma quando l’educatrice di riferimento si è ammalata, la gestione dell’inserimento è diventata ancor più caotica e disorganizzata. Il giorno in cui mi è stato chiesto quanti mesi avesse la mia bambina, dopo quasi due settimane di frequentazione, mi sono decisa a ritirarla e organizzarmi con una baby-sitter, perché non c’era più tempo per trovare altre soluzioni.

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In quel momento, mi sono confrontata con un’amica che aveva portato anche lei suo figlio nella stessa struttura. E anche lei, che prima mi aveva detto di essersi trovata bene, ripensandoci meglio mi ha raccontato degli episodi che ai miei occhi sono apparsi molto gravi.

Così, una volta saldato il conto, ho scritto alla direttrice i motivi che mi hanno portata al ritiro. La risposta è stata ricca di scuse a cui si aggiungeva l’assicurazione che le cose sarebbero cambiate, a partire dall’allontanamento di un’educatrice di cui anche altri genitori si erano lamentati.

LA MIA SPERANZA

Non sono voluta entrare nei dettagli della questione in questo articolo, perché penso che non sia il caso. Quello che, però, voglio trasmettere è che a volte bisogna ascoltare le proprie sensazioni. Quello che ci dice la “pancia” è spesso molto più vero di tanti ragionamenti razionali che possiamo fare.

Per molto tempo, mi sono sentita io in errore, finché poi non sono stata aiutata a capire che era la situazione a essere sbagliata, non io o la mia bambina. Credo che sia una cosa che succede a molte mamme: siamo fragili e spesso pensiamo di essere noi dalla parte del torto. Invece, è bene ascoltarci e confrontarci con gli altri e cambiare strategia quando necessario.

Ecco, mi piacerebbe che questa mia esperienza potesse aiutare chi si trova in una situazione simile alla mia. Oggi io e mia figlia siamo serene, lei è tornata a mangiare, dormire e sorridere come prima. E io sono felice.

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