Rientro al lavoro dopo la maternità: a chi lascio il mio bambino?

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DOVE LASCIARE BAMBINO DOPO MATERNITÀ

«Ho deciso che rimarrò a casa, perché il mio stipendio non è alto e mi conviene di più non lavorare piuttosto che pagare un asilo». Ecco una frase che vorrei non aver mai sentito. Stare a casa dovrebbe essere una scelta della donna, non una necessità economica.

Eppure, non è né la prima né l’ultima volta che sentirò dichiarazioni di questo tipo. Il rientro al lavoro delle madri è assai difficile e spesso penso che più che il bonus bebè (che ancora grazie che è arrivato), la vera svolta per le famiglie e le donne sarebbe far diventare gli asili nido gratis. O comunque, farli costare (davvero) molto poco.

I DATI ISTAT

Secondo l’Istat (che ha censito l’anno educativo 2014/15), in Italia ci sono 13.262 unità che offrono servizi socio-educativi per la prima infanzia, il 36% è pubblico e il 64% privato. I posti disponibili, in tutto 357.786, coprono il 22,8% del potenziale bacino di utenza (i bambini sotto i tre anni residenti in Italia).

Le risorse per far funzionare queste strutture sono sempre di meno e il costo del servizio ricade sempre di più sulle famiglie che, invece, avrebbero bisogno di sostegno. Per i servizi socio-educativi rivolti alla prima infanzia, infatti, i Comuni hanno impegnato nel 2014 un miliardo e 482 milioni di euro, il 5% in meno rispetto all’anno precedente.

Le famiglie contribuiscono in misura crescente ai costi del servizio:

dal 2004 al 2014 la quota è passata dal 17,4 al 20,3% della spesa corrente impegnata dai Comuni per i servizi socio-educativi.

DONNE CON FIGLI DISOCCUPATE

Insomma, va a finire che se uno non ha vicini i nonni fa prima ad accendere un finanziamento per pagare la retta dell’asilo. Oppure, come si diceva prima, la donna può sempre rinunciare a lavorare, ripiombando così a due piedi negli anni ’50.

«Il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare è inferiore a quello delle donne senza figli; tale gap si riduce al crescere del titolo di studio – ricorda l’Istat -. Per molte donne la mancanza di servizi di supporto nelle attività di cura rappresenta un ostacolo per l’ingresso nel mercato del lavoro o per il passaggio da un impiego part time a uno
a tempo pieno. Tra i problemi più lamentati ci sono l’indisponibilità e/o i costi elevati dei servizi sul territorio».

CONSIGLI PER RIENTRARE AL LAVORO DOPO MATERNITÀ

Ma quali sono le alternative? Ecco un po’ di opzioni che si possono prendere in considerazione.

1. Asili nido
La prima scelta per chi non ha i nonni disponibili e deve rientrare al lavoro sarebbe l’asilo nido. Certo, qui si aprono scenari incredibili. Posso fare l’esempio di Milano perché è quello che conosco meglio.

Qui le domande per inserire il bimbo nel nido comunale si possono fare solo da gennaio-marzo per il settembre successivo. Quindi se, per esempio, tuo figlio è nato a ottobre devi comunque aspettare l’inizio del nuovo anno scolastico per iscriverlo al nido. Che poi si riesca a essere ammessi e che si capiti nella struttura preferita è tutta un’altra questione.

C’è poi l’aspetto dei costi: se la famiglia un Isee superiore a 27mila euro (e con due genitori lavoratori e magari un mutuo non è difficile sforare), la quota mensile è di 465 euro.

I nidi privati offrono invece qualsiasi tipo di attività: dall’inglese al cirillico, passando per il laboratorio di ceramica al corso di teologia applicata, ovviamente condendo il tutto con mensa biologica e prodotti che vengono direttamente dall’albero della Cuccagna. Il tutto al modico prezzo medio di 600-800 euro al mese. E buona salute a tutti. Ah, molti sono già pieni fino al 2020, quindi non vale nemmeno la pena andarli a visitare…

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2. Micronidi
Se l’opzione asilo nido comunale non è percorribile e tanto bisogna spendere, allora ci sono molte altre alternative. I micronidi, ad esempio, che gestiscono un numero più basso di bambini, con un elevato grado di flessibilità oraria per soddisfare le esigenze dei genitori.

Generalmente, accettano bambini dai 3 ai 36 mesi e hanno una retta in linea con gli asili nido privati (cioè tra i 300 e i 600 euro al mese).

3. Tagesmutter
Ancora diverso è il servizio delle Tagesmutter, cioè una persona adeguatamente formata che cura fino a un massimo di cinque bambini compresenti in casa propria.

È una formula molto flessibile che può soddisfare le esigenze dei genitori in un ambiente familiare dove il bimbo viene inserito in un piccolo gruppo di bambini.

I costi diminuiscono all’aumentare del numero di ore richieste e vanno dai 5 euro ai 7,50 euro l’ora, a seconda della formula scelta. In genere, poi, non si paga direttamente la Tagesmutter, ma la cooperativa per cui lavora e che garantisce un contratto, ma anche un’assicurazione per la lavoratrice e i bambini. Al costo bisogna quindi includere anche la quota associativa e l’iva al 5%. La buona notizia, però, è che il servizio è scaricabile dalle tasse.

4. Babysitter
Infine, c’è la tata. È probabilmente l’opzione più onerosa, anche se esistono formule di condivisione che permettono di abbattere un po’ i costi. Il consiglio è quello di non prenderla in nero, ma di fare un regolare contratto (magari attraverso una struttura terza, come una cooperativa), in modo da tutelare il genitore in caso di contenzioso e di avere un’assicurazione che tuteli la lavoratrice se si facesse male mentre tiene i bambini.

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I costi per una tata oscillano molto e anche in questo caso, come in quello della Tagesmutter, possono variare a seconda dell’impegno richiesto.

Si va dai 10,5 euro ai 15 all’ora (per i festivi o le chiamate straordinarie), mentre se si decide di condividere la tata con un altro bambino, il prezzo scende a 7 euro l’ora per due bambini, fino a 6 euro/ora se i bambini sono quattro.

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