Apprendimento della lingua straniera in età precoce: i consigli dell’esperta

APPRENDIMENTO LINGUA STRANIERA NEI BAMBINI

Giochi, app, cartoni animati ai quali esponiamo i bambini fin dalla più tenera età parlano sempre più spesso una doppia lingua: quella madre e una straniera, solitamente l’inglese. Una grande opportunità per i nostri figli, con conseguenze positive per la loro crescita. Davanti alle quali, però, a volte rischiamo di trovarci impreparati.
Una mamma di nostra conoscenza si è trovata piacevolmente sorpresa nel notare che il suo bimbo di appena 2 anni e 4 mesi avesse imparato a dire “apple” prima di “mela” per indicare il frutto e “pink” prima di “rosa” per riferirsi al colore. E – parola di mamma – aveva fatto tutto da solo: semplicemente giocando con i giochi elettronici o guardando i cartoni sull’iPad.
Qual è l’atteggiamento più corretto che i genitori possono assumere di fronte a queste situazioni? Lo abbiamo chiesto a Mirta Vernice, psicolinguista del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano Bicocca, che si occupa di acquisizione del linguaggio in bambini monolingui, bilingui, e con disturbi specifici dell’apprendimento.

APPRENDIMENTO DELLA LINGUA STRANIERA IN ETÀ PRECOCE

Come comportarsi di fronte al piccolo che, nel primo approccio con il linguaggio, a contatto con giochi elettronici, canali televisivi e app, apprende in contemporanea le parole indifferentemente nell’una e nell’altra lingua?
Alcuni genitori potrebbero pensare che con tutte queste stimolazioni il bambino finisca col fare confusione tra una lingua e l’altra. La ricerca tuttavia ci assicura che non è così. Per esempio, Jacques Mehler, figura di spicco nello studio dell’acquisizione del linguaggio, ha dimostrato come il bambino sia capace, sin dal quarto giorno di vita, di distinguere la lingua madre (ovvero quella della mamma, alla quale è già stato esposto quando era ancora in grembo) da altre lingue.
In altre parole, anche se il neonato non è in grado di comprendere ciò che ascolta, sa però riconoscere la lingua che gli è già familiare da un’altra. Proprio per questa capacità che emerge così precocemente, non bisogna temere che esporre il proprio bambino a una lingua straniera possa generare confusione. Alcune ricerche anzi dimostrano che essere esposti a due sistemi linguistici diversi, non solo non confonde, ma favorisce una sensibilità maggiore da parte del bambino verso le componenti del linguaggio, come i suoni e la struttura delle parole.

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Cosa avviene nella mente del piccolo che costruisce il suo “doppio vocabolario”?
Ogni bambino nei primi anni di vita deve costruire un “vocabolario” interno, fatto di parole che capisce, e di parole che è in grado di produrre. Ogni termine, per il bambino monolingue, è una sorta di etichetta che associa ad un elemento. Il bimbo bilingue invece apprende che per ogni oggetto ci può essere più di un’etichetta per riferirsi ad esso. I bilingui quindi comprendono prima dei monolingui che esiste un rapporto arbitrario tra l’elemento (per esempio, la luna) e le parole che lo rappresentano (“luna” appunto, e “moon”).
Il bambino di oggi, magari iscritto a scuole materne in cui oltre all’italiano e all’inglese, è prevista anche la familiarizzazione con il cinese, si trova nella condizione di dover elaborare due o più sistemi linguistici contemporaneamente. Tutto questo non deve essere vissuto come un pericolo da parte del genitore. Sappiamo infatti che il cervello del bambino è in grado di “gestire” le due lingue contemporaneamente, e che il continuo passaggio da una lingua all’altra determina dei vantaggi cognitivi per il bilingue. Per questa ragione suggerisco sempre a un genitore di dare al proprio figlio un’educazione bilingue, a patto però che questa sia gestita in modo consapevole dalla famiglia e dalla scuola. Bisogna ricordare che crescere un figlio bilingue richiede un grande impegno!

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In quali termini la famiglia deve attuare questo impegno?
Non basta certo che il bambino guardi mezz’ora di cartoni animati in inglese ogni pomeriggio per poterlo considerare bilingue. Lo sviluppo bilingue presuppone che il bambino sia esposto ad un input linguistico adeguato in entrambe le lingue in modo sistematico e continuativo. In altre parole, il bambino deve essere stimolato regolarmente mediante contatto linguistico diretto (quindi con qualcuno che parla con lui, non solo davanti alla televisione), e possibilmente con parlanti nativi di quella lingua.

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Qual è il momento in cui invece il bimbo comincerà ad associare suoni a significati?
È importante tenere a mente che l’abilità di associare un suono (una parola) a un significato (un oggetto) è strettamente legata allo sviluppo di una competenza che permette al bambino di partecipare al cosiddetto “gioco di finzione”. Fin dall’anno di vita il bambino tende a giocare facendo finta che un oggetto (per esempio, una matita) sia qualcos’altro (una bacchetta magica). Il saper usare un oggetto per rappresentarne un altro è alla base dello sviluppo del linguaggio. Le parole in fondo sono “simboli” che usiamo per rappresentare un oggetto. Quanto ai tempi dello sviluppo lessicale, fin dagli 8-10 mesi i bambini dimostrano di possedere la capacità di comprendere singole parole, mentre iniziano in genere a produrle tra i 12 e i 16. È necessario però considerare che i bambini non vanno tutti alla stessa velocità, e anche queste tappe di acquisizione possono variare.

Torniamo al bimbo che chiama le cose con il loro nome in inglese prima che in italiano. Il genitore che si trova impreparato di fronte a questo può rischiare di preoccuparsi?
Può capitare che il genitore si preoccupi, ma come abbiamo detto finora, la sua paura non è fondata. La vera preoccupazione deve nascere, invece, se il genitore si accorge che il bambino che ha ormai due o tre anni produce poche parole, in modo non comprensibile, sebbene sia stato stimolato verbalmente in modo adeguato dalla famiglia.

Ci faccia un esempio…
Il caso del parlatore tardivo, quello che produce meno di 50 parole diverse a 24 mesi e nessuna combinazione di almeno 2 parole a 30 mesi. Bisogna notare che questo tipo di rallentamento del linguaggio si può riscontrare sia nello sviluppo monolingue che in quello bilingue. È importante che se il bambino non produce un numero congruo di parole, o il suo eloquio non è chiaro, il genitore agisca subito, rivolgendosi agli specialisti.

Cosa fare e a chi rivolgersi?
Il primo passo è richiedere una visita neuropsichiatrica, che servirà solo ad escludere che ci siano problemi più ampi, legati allo sviluppo cognitivo. Una volta chiarito il fatto che il rallentamento è di natura solo linguistica, si inizia il trattamento logopedico. Già all’ingresso della scuola dell’infanzia sarebbe necessario interrogarsi su come parla il bambino, in modo tale che entro i 4 anni si riesca ad intervenire in modo mirato, con un training logopedico.

Cosa consiglia alle mamme e anche alle donne che desiderano avere un figlio per preparare un “corredo” per un bimbo potenzialmente bilingue?
Innanzitutto suggerisco di cominciare a leggere (nella propria lingua) al piccolo quando è ancora nella pancia. Secondo alcuni studi infatti, bambini di pochi mesi si dimostravano più attenti a storie che le mamme avevano letto loro quando erano ancora in grembo. Un altro consiglio è esporre da subito il bambino a una lingua straniera, mediante cartoni animati o canzoni. Ripeto, far vedere i cartoni animati in inglese non significa crescere il proprio figlio bilingue; gli permette però di familiarizzare con un repertorio di suoni che il bambino potrebbe dover apprendere in futuro. Non dimentichiamo poi che per comprendere la trama di un cartone in lingua straniera, il bambino è costretto ad inferire il senso dello scambio comunicativo, deducendolo dal contesto e da dettagli non linguistici. Dovrà quindi far ricorso all’inferenza, un processo fondamentale nella comprensione verbale, utilizzato soprattutto nell’apprendimento delle lingue straniere.

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